"Le corde della musica"

Stefano Cazzato

Così Gilberto Gil ha presentato il suo concerto romano tappa di un tour che ha toccato e toccherà le maggiori città europee (Parigi, Barcellona, Helsinki): “Questo è un concerto di corde; le due corde della mia voce e le sei corde della mia chitarra; le sei corde della chitarra di mio figlio Ben e le quattro corde del violoncello di Jaco (Jaques Morelenbaum)”.

Banda Larga Cordel è fra l’altro un disco del 2008, un’ulteriore tappa del percorso artistico di Gil, un percorso sperimentale ma saldamente ancorato al folklore e alla magia della musica brasiliana. E a proposito di radici, cordel è il cordino per appendere i fascicoli di letteratura popolare nei mercati e nei chioschi, di cui parla un altro grande brasiliano, George Amado in Teresa Battista stanca di guerra, romanzo che risulta, come questo concerto di Gil, dalla sovrapposizione dei piani: realtà e finzione, umano e divino. Proprio alla fine del romanzo, quando Teresa dopo lunghe peripezie sta per sposarsi si racconta di Dorival Caymmi che avrebbe cantato al suo matrimonio insieme “a due ragazzi ancora molto giovani ma entrambi con l’aria da musicisti, uno di nome Caetano e l’altro Gill”.

Insomma le corde sono quelle degli strumenti a corda, i diversi generi musicali, le emozioni che la musica riesce a suscitare e le infinite storie, belle e dolorose, di cui la vita è composta come le puntate di certi romanzi d’appendice e i testi di certa musica.

Domenica sera, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium, Gilberto Gil ha fatto vibrare tutte queste corde con la sua arte immensa e toccante che in passato ha saputo sfidare i colonnelli e l’oppressione, con le sue canzoni che parlano della vita, della morte, dell’amore, della libertà, della poesia, con la sua voce unica che è più di uno strumento, con la sua poliedrica cultura musicale che sa raccogliere e integrare, spaziando dalla bossa nova al rock, dalla salsa al reggae, dalla samba al funk, dal blues al country, dall’imitazione dei suoni degli animali tropicali, gridi di scimmie e trilli di pappagalli, alla citazione della chitarra di Eric Clapton e dei Beatles di Penny Lane (ma ricordiamo anche la citazione del violoncello di Morelenbaum di Eleanor Rigby sempre dai Beatles).

Non c’è alcun dubbio che accanto ai successi della sua vita, riletti alla luce degli arrangiamenti versatili e colti dell’amico Jaco, Gil abbia voluto proporci lo spirito essenziale della sua musica che è quello del sincretismo: mescolanza delle lingue e delle razze cantata in Renaissance africana (in francese) e in O Rouxinol (in inglese) e metafora del viaggio evocato in Expresso 2222 (il trenino che porta alla montagna del Corcovado) e in Viramundo (brano che fa riferimento appunto alla sua vita di giramondo).

Si potrebbero dire tante cose di questo concerto splendido, ma visto che l’obiettivo di Gil era quello di rinnovare nel pubblico “il miracolo eterno della canzone”, tanto vale parlare di qualche canzone anche per dare l’idea della poetica di Gil che non è solo un musicista, un compositore, un cantante ma un artista nel senso pieno della parola, che unisce alla tecnica e alla sensibilità estetica una forte consapevolezza culturale e politica del suo ruolo anche nei confronti del pubblico. Un pubblico entusiasta e anche lui meticcio, considerata la generosa presenza della comunità brasiliana romana che ha riconosciuto in Gil, oltre che il mito della canzone, l’uomo che si oppose alla dittatura (pagando con l’esilio londinese) e più recentemente l’ex ministro della cultura del governo Lula.

Dicevamo delle canzoni: O Rouxinol, che racconta di un usignolo che trovato ferito nel bosco, viene guarito amorevolmente ma si sente in gabbia e non vede l’ora di scappare. L’uccello come topos letterario dell’autonomia e dell’amore senza possesso. Lamento Sertanejo e Theno sede parlano delle difficoltà del Sertão, la regione più povera e desertica del Brasile comprendente anche Bahia. A Raça Humana è un intensa ballata dove la razza umana è vista come “il frutto di una sola settimana del lavoro divino, una parentesi nella sua apoteosi divina”. Poi una family song come Quatro Coisas in cui Gil ricorda alla figlia Maria, cui la canzone è dedicata, le quattro cose importanti della vita tra cui la tranquillità e la memoria. E infine, visto che parlavamo di corde, Não Tehno Medo da Morte (Non ho paura della morte), interpretata da solo sul palco suonando la cassa della chitarra e una sola corda, come una campana a morto. Vera e propria immersione nella spiritualità della sua terra, che conferma il tratto peculiare di questo grande personaggio: innovare e aprirsi al mondo globale ma senza perdere la propria identità.



in oknotizie, 18.03.2011
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